ATTORNO AI GRANDI LAGHI. LA MANIPOLAZIONE DELLE ETNIE

In quei paesi là, un genocidio non è troppo importante”

Francois Mitterand, 12 gennaio 1998

Nell’aprile del 1994 sui media di tutto il mondo arrivavano notizie allarmanti. In un piccolo paese africano, il Rwanda, la maggioranza al potere, gli hutu, stava eliminando fisicamente una minoranza, i tutsi, a colpi di machete. In un centinaio di giorni circa ottocentomila persone tra tutsi e hutu moderati vennero uccisi, e fu forse il numero cosi’ alto delle vittime a sconcertare il resto del mondo. Il quasi completato genocidio della minoranza tutsi darà l’avvio alle solite banalizzazioni giornalistiche, e più tardi, a vuoti esercizi di memoria. I fattori che concorsero a quei fatti sono principalmente due: la manipolazione dell’elemento etnico effettuata dai belgi durante e dopo il loro dominio politico sul paese, e la guerra fredda tra il blocco occidentale e quello sovietico, che si giocò, tra le altre cose, anche in Africa.

L’odio tra hutu e tutsi era, si diceva (ma si dice ancora oggi) un odio “atavico”, “primordiale”: in un continente dove un pregiudizio tenace continua a negare ogni tipo di storia, le etnie e i raggruppamenti umani sembrano dati una volta per tutte, e cosi’ i loro rapporti reciproci.

Se l’etnia non è un’invenzione né una sovrastruttura, come vorrebbe un certo tipo di antropologia o un certo marxismo grossolano, non ha nulla a che fare con la razza. E’ soprattutto un dato storico, dinamico, con un passato e un presente. Chi sono gli hutu e i tutsi? Qual’è la loro storia?

Pastori nilotici e agricoltori bantu

La Rift Valley è una larga fossa tettonica che si estende dalla Siria, a Nord, fino al Mozambico. In Etiopia si dirama in due tronchi; quello occidentale e quello orientale; i due tronchi nella zona equatoriale racchiudono i più profondi e estesi laghi del mondo, circondati dalle montagne più alte d’Africa: le sorgenti del Nilo. E’ la regione dei Grandi Laghi, teatro di una lunga storia intricata e peculiare. Ai confini orientali del gigantesco Congo vi sono i laghi Kivu e Tanganica, alla cui sponda ovest si affacciano due piccoli stati, il Rwanda e il Burundi. E’ stato all’incirca all’inizio del primo secolo a.C. che nella regione iniziano a stanziarsi gruppi di ceppo bantu (plurale di ntu: uomo, essere vivente), imponendosi sui preesistenti gruppi pigmei, grazie al fatto che erano portatori della tecnologia del ferro. Gli utensili facilitarono l’instaurarsi di un sistema agricolo estensivo di sussistenza, basato su piccole comunità autonome.

Erano economie e modi di stare in società molto diffusi nelle fasce più centrali del continente; le guerre erano rare, perché causa di perdita di manodopera e dannose per un equilibrio demografico molto delicato. Molti gruppi preferivano la migrazione allo scontro: è in quest’ottica che gli agricoltori bantu videro l’immigrazione, lenta e di pochi membri, di pastori provenienti da nord, all’incirca a partire dal VII secolo d.C. I matrimoni misti erano frequenti e, ammesso che prima vi fosse, da allora in poi non vi sarà più nessuna lontananza biologica tra i due gruppi.

Tra aggiustamenti, conflitti e mescolamenti reciproci bantu e nilotici giunsero a formare delle formazioni statali. I due gruppi finirono per chiamarsi hutu (gli agricoltori bantu) e tutsi (i pastori nilotici). Nel XVIII secolo sono presenti delle monarchie dalla gestione complessa, a carattere sacro, in cui vi era una parziale preminenza del gruppo tutsi. Tra queste, vi erano quelle del Rwanda e del Burundi.

Furono elementi sociali e culturali di entrambi i gruppi a determinare i caratteri di queste monarchie. Se in Burundi la prevalenza di tutsi nei centri di potere era meno marcata che in Rwanda, restava in entrambe una distribuzione di ruoli, ricchezze e potere sostanzialmente bilanciata, anche per mantenere la stabilità e l’equilibrio necessari per resistere ai potenti regni vicini, come il Buganda e il Bunyoro, collocati grossomodo nell’attuale Uganda.

Fu questo il sistema politico che trovarono i primi esploratori europei della regione, John Hanning Speke e Richard Burton, incaricati di esplorare i Grandi Laghi per conto della Reale Società Geografica britannica, nella seconda metà del XIX secolo. Monarchie, monoteismo, complessi rituali dinastici: com’era possibile, nell’Africa senza storia delle tribù? Come potevano esistere sistemi sociali stratificati tra i negri d’Africa? Occorreva trovare una spiegazione, un’origine esterna a tutto ciò che gli europei trovavano vagamente “europeo” e di valore.

Fino ad allora era senso comune che gli africani fossero biblicamente dannati, in quanto discendenti di Cam, reo di aver deriso e mancato di rispetto al padre Noè. Una giustificazione biblica necessaria per far si’ che la tratta di africani verso le Americhe, nel XVIII secolo, continuasse senza troppi scrupoli morali.

Le scoperte ottocentesche, però, cambiarono le cose. L’origine esterna fu trovata modificando un po’ la precedente tesi sull’origine degli africani. I tutsi, in quanto dominatori, erano si discendenti di Cam (come gli etiopi e i popoli dell’Africa orientale, i cushiti), ma non era Cam il responsabile del peccato verso suo padre: era Canaan, figlio di Cam. E’ Canaan il capostipite dei veri negri, su cui si appone lo stigma dell’inferiorità. Nella regione dei Grandi Laghi, su gli agricoltori hutu.

Il periodo coloniale

La Conferenza di Berlino (1884) assegnerà il Rwanda e il Burundi al controllo della Germania. Dopo la sconfitta tedesca durante la Prima Guerra Mondiale, i due territori furono affidati dalla Lega delle Nazioni al Belgio, che già possedeva il vicino Congo. La politica coloniale belga non smantellò le monarchie, ma se ne servi’ per governare in modo più o meno indiretto, come in molte altre esperienze di governo coloniale in Africa. La posizione dei tutsi fu cristallizzata nel ruolo di dominatori assoluti e quella degli hutu nel ruolo di servi eterni. Si rendeva di fatto rigido e immobile un sistema prima elastico e continuamente rinegoziato, la cui unica vera garanzia consisteva nel potere e la protezione del re (mwami), e non certo dall’etnia di appartenenza.

Fu la prima distorsione che aumentò esponenzialmente il risentimento degli hutu, a cui era negato anche qualsiasi tipo di istruzione, riservata ai soli tutsi, che sarebbero dovuti diventare un’elitè con educazione europea, perfettamente in linea con gli interessi dei dominatori belgi. Operazione in parte riuscita, ma, dagli anni Cinquanta in poi, in Africa si cominciò a pretendere l’indipendenza, con le buone o con le cattive. Il meccanismo etnico escogitato dai colonizzatori si inceppò: i tutsi non si accontentavano più di essere i lacchè dei padroni europei, volevano l’autonomia.

A questo punto, nella regione dei Grandi Laghi, irrompono gli attori più disparati e la storia dei paesi della regione si fonderà per sempre in un intreccio che perdura ancora oggi. I principali fattori di cui tenere conto sono due: la guerra fredda e il terrore che il comunismo sovietico incuteva in tutto l’Occidente, e le immense ricchezze minerarie del Congo orientale, dove convergeranno le maggiori potenze e le loro rispettive multinazionali. Rame, cobalto, oro, coltan, potenza idroelettrica, uranio, diamanti, risorse forestali. Non solo il Belgio, ma anche Francia e soprattutto USA sapevano che per le loro economie capitaliste erano beni a cui non si poteva in alcun modo rinunciare. E potevano essere ottenute con la depredazione e la violenza, servendosi ora di rapaci dittatori come Mobutu Sese Seko o di milizie ribelli, che dal canto loro si servivano dei sostegni cosi’ ottenuti per conservare, o conquistare, il potere.

L’indipendenza congolese

Alla vigilia della proclamazione di indipendenza del Congo, nel 1960, Patrice Lumumba diventava Primo Ministro nel neonato paese. Nazionalista e indipendentista, non aveva molto a che fare con le coeve ideologie comuniste dell’emisfero settentrionale, pur cercando il loro appoggio per portare avanti il suo progetto di costruzione della nazione congolese. Ma l’URSS non poteva fornire più che generico sostegno e qualche aiuto; nessuno metteva in discussione l’ordine e le rispettive sfere di influenza decise dopo il secondo conflitto mondiale. L’Africa centrale era di pertinenza del blocco occidentale. E cosa ben più importante, il controllo del sottosuolo del Congo non poteva in alcun modo essere lasciato a coloro che vi abitavano.

Gli avversari di Lumumba, tra cui Joseph Kasavubu, che propendeva per una soluzione federalista per il grande paese, e Joseph Desirè Mobutu, allora capo del giovane esercito, lo assassinarono con l’aiuto dei servizi segreti belgi e americani. Era il 1961. Dopo alterne vicende il potere passò nelle mani di Mobutu, che sarà da li’ agli anni Novanta il bastione anticomunista e il protettore degli interessi delle multinazionali nel gioco degli equilibri della guerra fredda fino agli anni Novanta.

Mobutu Sese Seko

L’indipendenza in Rwanda

In quanto avamposti strategici addossati al Congo, Rwanda e Burundi non potevano essere abbandonati; il processo di indipendenza congolese si era rivelato più convulso del previsto, ed era chiaro che uno stretto controllo sul grande paese non era sostenibile a lungo.

In Rwanda, il Belgio non intendeva per nessuna ragione lasciare la gestione del passaggio dell’indipendenza ai tutsi, accusati di comunismo anche se il partito da loro fondato, l’UNAR (Union Nationale Rwandaise), era di ispirazione monarchica. Gli indipendentisti tutsi preferivano non riferirsi primariamente all’etnia. Era un concetto che iniziava a diventare sinonimo di arretratezza, anche in ragione della crescente influenza marxista negli ambienti indipendentisti africani. Chiunque attribui’ arbitrariamente strumenti di analisi nati in Europa anche in Africa, chi individuando l’etnia come una sovrastruttura, come a sinistra, chi vedendovi una versione deteriore della nazione. Non vi è mai stato posto per una visione che restituisse alle realtà africane la loro specificità.

In ragione di ciò, per il Belgio i tempi per il passaggio di consegne erano maturi: l’amministrazione coloniale trasferi’ il potere nelle mani hutu, i quali fondarono il PARMEHUTU (Parti du Mouvement de l’Emancipation des Hutus), il primo partito di ispirazione etnica che si fosse mai visto, nato da decenni di dominazione tutsi e conseguente risentimento. Fu facile per i belgi far valere il “principio della maggioranza”, tipico delle democrazie liberali, all’etnia maggioritaria e appoggiarla per questo motivo. L’esercito belga resterà per alcuni anni anche dopo l’indipendenza, per consolidare la presa del potere hutu, in funzione anticomunista. I tutsi, sempre numericamente pochi, vennero estromessi e il mwami Mutara III mori’ in circostanze non chiare. Fu il primo tentativo di eliminazione fisica dei tutsi, che si rifugeranno in Uganda, est del Congo, Burundi. Fino agli anni 90 il regime si mantenne stabile, pur con ripetuti tentativi tutsi di rientrare in Rwanda a cui seguiranno nuove fughe nei paesi limitrofi. Le comunità tutsi in Uganda e nel Congo orientale avranno un ruolo centrale sia durante il genocidio, nel 1994, che nella successiva guerra in Congo.

Con gli anni, il Belgio avrà un ruolo più defilato in Rwanda, a cui si sostituisce la Francia come potenza egemone e sostenitrice del regime hutu. Gli statunitensi invece si avvicineranno gradualmente al FPR (Fronte Patriottico Rwandese) di Paul Kagame, movimento nato in Uganda allo scopo di tornare al potere in Rwanda, e a Laurent-Desirè Kabila, che avrà l’appoggio di milizie tutsi nell’est Congo per rovesciare Mobutu Sese Seko, ormai divenuto un morto che cammina. L’Unione Sovietica era collassata su sé stessa nel 1989, e lo spauracchio socialista non era più utilizzabile. La funzione di Mobutu come bastione anticomunista in Africa, dopo la fine dell’esperimento sovietico, era ormai finita. Gli rimaneva solo la blanda simpatia francese. Un cambiamento era nell’aria in Africa centrale.

Il genocidio, la caduta di Mobutu, la guerra in Congo

In questa temperie ci fu l’uccisione indiscriminata di circa un milione di persone, tra tutsi e hutu non accecati dall’odio. Prese avvio dopo l’abbattimento dell’aereo su cui viaggiava l’allora presidente rwandese Juvénal Habyarimana, il 6 aprile 1994. I tutsi furono accusati dell’assassinio, anche se a tutt’oggi non è chiaro chi sia stato il mandante. Gli hutu diedero via alla carneficina, e il giornalismo dell’epoca si nutri’ avidamente dei particolari di questo massacro “primordiale”. L’ondata di profughi che si riversò in Congo fu imponente. Da nord, dall’Uganda, il FPR di Paul Kagame, sostenuto dagli USA, avanzava verso Kigali; la Francia, attraverso l’Operation Turquoise, protesse le milize genocidarie (le famigerate Interahamwe) dall’urto, scortando anche loro in Congo, variamente mescolati ai rifugiati hutu e tutsi.

Il gran numero di rifugiati che si installarono in Kivu, regione dell’est del Congo, aggravarono una situazione locale problematica e precaria. Da tempo si trascinava il conflitto tra i banyarwanda, ovvero i rwandesi li’ installatesi fuggiti in tempi diversi dal regime hutu, e le popolazioni locali. A ciò vanno aggiunti i banyamulenge, gruppi di pastori tutsi giunti in Kivu nel XIX secolo. Il conflitto aveva alla base la questione della terra e l’uso differente che ne facevano i gruppi tutsi rispetto ai locali, e risaliva all’epoca coloniale. La forte pressione demografica in Rwanda-Urundi aveva spinto i belgi a trasferire gruppi di persone in Congo. Sia l’uso pastorale che i tutsi facevano dei terreni sia la poca importanza che vi attribuivano contribuirono agli attriti con gli autoctoni, che invece consideravano la terra sacra, ereditata dagli antenati. Il sospetto verso banyamulenge e banyarwanda, in Congo, non è mai venuto meno, e continua ad alimentare conflitti e guerre di diversa intensità.

I campi profughi allestiti nel 1994 erano ostaggio delle milizie Interahamwe, che si appropriarono degli aiuti umanitari e presero a perseguitare i tutsi, rwandesi o congolesi che fossero. Ciò provocò l’intervento dell’esercito di Kagame, che a sua volta fece un numero ragguardevole di morti, circa duecentomila.

Sempre in quegli anni venne creato l’AFDL (Alliance des Forces Democratiques pour la Liberation du Congo) guidato da Laurent-Desirè Kabila, il movimento che avrebbe destituito Mobutu una volta per tutte. Kabila ottenne l’appoggio statunitense promettendo ricche concessioni minerarie. Ebbe sostegno militare, sempre offrendo in cambio le ricchezze minerarie congolesi, anche dal Rwanda e dell’Uganda. La capitale congolese Kinshasa cadde nelle sue mani nel 1997, ma ci fu un nuovo colpo di scena: Kabila non intendeva onorare le sue promesse, ma voleva i siti minerari in mano statale. Accusato da varie parti di essere solo uno strumento in mano ai rwandesi, ordinò alle truppe di Kagame e all’esercito ugandese di ritirarsi dal Congo. Cosa che non avvenne; anzi, i due eserciti crearono un nuovo movimento ribelle, l’RDC (Rassemblement Congolais pour la Democratie). E cosi’, neanche Kabila sfuggi’ all’assassinio, avvenuto nel 2001. Gli successe suo figlio Joseph Kabila, che riallacciò i rapporti con gli USA e la Francia, che nel frattempo aveva perso il suo avamposto hutu in Rwanda, anche se aveva nella regione un ruolo fortemente ridimensionato.

Il Rwanda si è stabilizzato dopo che Paul Kagame è diventato presidente, nel 2000. L’est del Congo, ormai da trent’anni, non ha mai visto cessare la guerra. La sua economia non ha alcuna base produttiva che non sia il saccheggio e la predazione tramite milizie controllate ora da multinazionali occidentali, ora da potenze esterne come il Rwanda e l’Uganda, ora dallo stesso esercito nazionale. Alla guerra per il controllo delle risorse tra le diverse milizie si intrecciano i conflitti per la terra e le rivalità tra autoctoni e banyarwanda. Vi si consuma un genocidio quotidiano, lacerante, silenzioso, che di primordiale ha solo la vorace sete di ricchezza.

Bibliografia

Carlo Carbone, Etnie e Guerra fredda. Una storia dell’Africa dei Grandi Laghi, Edizioni ETS, Pisa 2015

Luca Jourdan, Generazione Kalashikov, Laterza, Bari 2010

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