PSICOPATOLOGIA DELLA COLONIZZAZIONE. FRANTZ FANON

Era un essere eccezionale. Quando stringevo la sua mano febbricitante, mi pareva di toccare la passione che lo bruciava. Ci comunicava il suo fuoco; vicino a lui la vita sembrava un’avventura tragica, spesso orribile, ma di un valore infinito”

Simone de Beauvoir su Frantz Fanon, in La forza delle cose

L’intera vita di Frantz Fanon è vissuta alla radice. Alla radice dell’alienazione esistenziale dei colonizzati, innanzitutto: ma anche alla radice della violenza coloniale, del sopruso del colono, della rabbia repressa delle loro vittime. Fanon nasce da colonizzato, a Fort de France, in Martinica, colonia francese, nel 1925. Allievo di Aimé Césaire, poeta nero, colonizzato, e fondatore, tra gli altri, del movimento letterario della Negritude, una delle prime manifestazioni del risveglio delle coscienze colonizzate. A Fort de France i giovani antillani imparavano una lingua, il francese, e una cultura, quella francese. A queste occorreva fare riferimento per diventare pienamente francesi, e quindi, pienamente uomini: una pienezza che però verrà sempre negata al colonizzato, che sia un nero delle Antille, un nero africano, un nordafricano. Può aspirarvi, ma non accedervi completamente. A impedirlo c’è una linea di sangue, di colore, al di sotto della quale non può esservi cultura di riferimento: è stata infatti cancellata dalla Francia, in nome di un’assimilazione alla cultura dominante che però non avrà mai veramente luogo. Fanon avrà modo di sperimentarlo personalmente, da studente e da medico:

Mi ricordo che poco più di un anno fa, a Lione, dopo una conferenza in cui avevo fatto un parallelo tra la poesia nera e la poesia europea, un compagno francese mi disse calorosamente: “In fondo, tu sei un Bianco”. Il fatto di aver studiato attraverso la lingua del Bianco un problema cosi’ interessante mi dava diritto di cittadinanza”

Pelle Nera, Maschere Bianche

Qui, in Francia, osserverà come l’intero dispositivo coloniale e razzista si riversi sugli immigrati nordafricani. Un’esperienza che confluirà in Pelle Nera, Maschere Bianche. Fantasmi, umiliazioni, rapporti malati e ipercompensazioni descrivono una realtà psichica e sociale disturbante, che appare davanti al lettore senza mediazioni: il colonialismo ha pesanti conseguenze psicologiche sul colonizzato e sul colono. La sua scrittura è intuizione immediata, poco analitica:

In seguito alla sua spiegazione, tra l’altro, Fanon stesso aggiungeva: “Questa frase è inspiegabile. Quando scrivo di tali cose, cerco di toccare affettivamente il mio lettore.. ovvero irrazionalmente, quasi sensualmente”

Francis Jeanson, in Pelle Nera, Machere Bianche, prefazione all’edizione francese del 1952

Più tardi, l’esperienza di Fanon in un ospedale psichiatrico algerino confermerà in modo ancora più bruciante che il sistema coloniale produce malattia, alienazione, violenza e odio fratricida. Da quest’odio e da queste esperienze alienanti, però, nascerà la spinta dei colonizzati a tirarsene fuori, a far fuori il colono, a tornare pienamente uomini, costi quel che costi. Fanon sarà uno stretto collaboratore del Fronte di Liberazione Nazionale durante la guerra di liberazione algerina; viaggerà in Europa, prendendo parte alle conferenze degli scrittori neri, a Parigi e a Roma. Parteciperà ai due congressi dei popoli africani, ad Accra, e ovunque andasse la sua voce era quella degli ultimi. Quei dannati della Terra che si erano ripresi la loro dignità, che avevano superato l’umiliazione e l’alienazione con la lotta armata. I dannati della Terra, scritto nel 1961, è un testo che risucchia il lettore, scritto con urgenza: Fanon stava morendo di leucemia e i nuovi stati indipendenti, non ancora consolidati, rischiavano di perdersi tra le lusinghe dei vecchi padroni, l’avidità delle nuove èlite, la rivalità politica e ideologica tra USA e URSS e tutti coloro che vi facevano riferimento.

Fort de France, Martinica

Il Nero che conosce la Francia è un semidio”

Pelle Nera, Maschere Bianche

La Martinica, negli anni in cui Fanon vi trascorse l’infanzia e la giovinezza, era un mondo polarizzato. Isola piantagione, macchina da profitto in passato alimentata a schiavi africani, piccolo paradiso in cui nascere privi di bianchezza significava scegliere tra la marginalizzazione o l’assimilazione alla cultura francese.

Per quanto penosa possa essere questa constatazione, siamo obbligati a farla: per il Nero non c’è che un destino. Ed è bianco. Prima di intentare questa causa voglio dire alcune cose. L’analisi che intraprendo è psicologica. Resta tuttavia evidente che per me la vera disalienazione del Nero implica una brusca presa di coscienza delle realtà economiche e sociali. Se vi è un complesso di inferiorità, ciò è la conseguenza di un duplice processo: economico, innanzitutto. Di interiorizzazione, o meglio, di epidermizzazione di questa inferiorità, in secondo luogo”

Pelle Nera, Maschere Bianche

Se la lingua francese è il primo viatico, la prima strada per diventare davvero uomini, non basterà a nascondere la Nerezza. Il Bianco si rivolge a te in petit-negre, quella lingua sgrammaticata e semplificata messa in bocca all’uomo e alla donna Neri, la stessa parlata, guarda caso, dalla schiava Mami in Via col Vento. Perchè davanti a uno straniero qualsiasi si presuppone che abbia la sua, di cultura. Niente del genere nel caso nel Nero: lui, per il Bianco, è nell’infanzia dell’umanità.

In un gruppo di giovani antillani, colui che si esprime bene, che ha padronanza di lingua, è assai temuto; bisogna fare attenzione a lui, è un quasi-Bianco. In Francia si dice: parlare come un libro. In Martinica: parlare come un bianco”

Pelle Nera, Maschere Bianche

Da colonizzato, la mia umanità va conquistata, perché in quanto Nero sono manchevole: di bellezza, di cultura, di appriopriatezza, di umanità, di soldi, di bianchezza. Ma è proprio in quanto Nero che non posso riuscirci: la mia inferiorità è fissata, epidermizzata: è qui l’aporia, la ferita sanguinante che Fanon ci mostra e ci disturba. Disturba perché non ci sarà concessione Bianca, aiuto Bianco che possa guarirla: è al Nero che ci si rivolge, è il Nero che si guarisce da solo, che si rimargina e si ricostruisce rifiutando i sogni di bianchezza, non diventando una maschera bianca, ma ristrutturando il proprio sé, il proprio mondo. Tutto ciò che significava essere intellettuali colonizzati, Fanon lo sperimentò sulla propria pelle. Non c’è nulla di inutilmente teorico in ciò che scrive. E’ per questa ragione che le sue opere restano ostinatamente valide anche quando l’esperienza storica che le ha prodotte è ormai lontana. Ma mancava ancora un pezzo importante del suo pensiero: l’esperienza umana, di lotta, politica che ebbe come psichiatra nel luogo in cui la prepotenza e la brutalità dell’imperialismo francese si espressero più chiaramente: l’Algeria.

Algeria

L’ospedale di Blida, Algeria

La colonizzazione o la decolonizzazione, è semplicemente un rapporto di forze. Lo sfruttato si accorge che la sua liberazione presuppone tutti i mezzi e anzitutto la forza. Quando nel 1956, dopo la capitolazione di Guy Mollet davanti ai coloni d’Algeria, il Fronte di Liberazione Nazionale, in un celebre volantino, constatava che il colonialismo molla soltanto con il coltello sulla gola, davvero nessun algerino ha trovato questi termini troppo violenti. Il volantino non faceva che esprimere quello che tutti gli algerini provavano nel più profondo di loro stessi: il colonialismo non è una macchina pensante, non è un corpo dotato di ragione. E’ la violenza allo stato di natura e non può piegarsi se non davanti a una violenza ancora maggiore”

I Dannati della Terra

Agli inizi del XIX secolo il programma imperialista europeo in Africa non aveva ancora dei contorni chiari. Il nascente capitalismo europeo aveva messo in profonda crisi il commercio che aveva fatto vivere realtà e popoli sopra e sotto il Sahara, e si apprestava a cercare nuovi spazi e soluzioni di espansione. L’esercito francese approda ad Algeri nel 1830, inizialmente, per farne una base logistica; nel giro di circa quarant’anni verrà completata la conquista dell’intero territorio algerino.

L’Algeria non era una normale colonia di sfruttamento. Diventò parte del territorio francese nel 1948 e vide il massiccio arrivo di coloni europei, in gran parte francesi. A loro verranno riservate le terre coltivabili degli algerini; a loro andrà la ricchezza accumulata in colonia; saranno loro a detenere i diritti civili e politici, mentre gli algerini, privati di tutto, morivano di carestie e malattie. I pieds-noirs, i nuovi abitanti, cosi’ chiamati perché arrivati in colonia poveri e cenciosi, ostacolarono qualsiasi tentativo di alleggerire il brutale regime di apartheid in vigore in Algeria:

La città del colono è illuminata, asfaltata, in cui i secchi della spazzatura traboccano sempre sempre di avanzi sconosciuti, mai visti, nemmeno sognati. […]E’ una città ben pasciuta, pigra, il suo ventre permanentemente pieno di cose buone. La città del colono è una città di bianchi, di stranieri. La città del colonizzato, o almeno la città indigena, il quartiere negro, la medina, la riserva, è un luogo malfamato, popolato di uomini malfamati. Vi si nasce in qualunque posto, in qualunque modo. Vi si muore in qualunque posto, di qualsiasi cosa[…] La città del colonizzato è una città affamata”

I Dannati della Terra

Occorre immaginare, nel corso di questi anni, la brutale repressione di ogni resistenza da parte algerina, l’esproprio delle terre coltivabili da destinare ai coloni, la distruzione di equilibri sociali e politici, l’estromissione da ogni diritto su di sé e sul proprio paese.

il mondo coloniale è un mondo a scomparti[…]è un mondo scisso in due. Lo spartiacque, il confine è indicato dalle caserme e dai commissariati di polizia. In colonia l’interlocutore valido e istituzionale del colonizzato, il portavoce del colono e del regime di oppressione, è il gendarme o il soldato[…]con la loro presenza immediata, i loro interventi diretti e frequenti, mantengono il contatto con il colonizzato e gli consigliano, a colpi di sfollagente o di napalm, di non muoversi. Come di vede, l’intermediario del potere usa un linguaggio di pura violenza. L’intermediario non allevia l’oppressione, non cela il predominio. Li espone, li manifesta con la buona coscienza delle forze dell’ordine. L’intermediario porta la violenza nelle case e nei cervelli del colonizzato”

I Dannati della Terra

L’algerino viene privato della sua casa, delle sue risorse, del suo mondo, che vengono destinati alla Francia e ai francesi. Viene estromesso dalla cittadinanza a meno che non rinunci all’Islam, inferiorizzato, alienato, insultato, paragonato a un animale. Viene privato della sua lingua, del suo passato, del suo patrimonio culturale:

Si fa allusione ai movimenti serpeggianti dell’indocinese, agli effluvi della città indigena, alle orde, al puzzo, al pullulare, al brulicare, ai gesticolamenti..”

I Dannati della Terra

L’algerino, per i francesi, è un criminale, un sanguinario, uccide per un nonnulla: eminenti professori, all’università di Algeri, moltiplicavano le presunte evidenze scientifiche che spiegavano una simile bestialità. L’algerino non si suicida, ma uccide: è mancanza d’introspezione, mancanza di coscienza. Non vede l’insieme, il contesto, è impulsivo, irragionevole, iracondo…Dev’essere mancanza di corteccia cerebrale, non v’è dubbio. Erano gli anni 30 del XX secolo, e dai crani di Blumenbach, di positivista memoria, si era passati alla neurologia. Un cambiamento solo formale. Si trattava di celare, con raffinatezza, il fatto che il sistema socioeconomico producesse miseria, disperazione, condizioni di vita ai limiti della dignità umana.

In regime coloniale, si può far di tutto per un chilo di pane o un miserabile montone…I rapporti dell’uomo con la materia, col mondo, con la storia, sono, in periodo coloniale, rapporti con l’alimentazione. Per un colonizzato, in un contesto di oppressione come quello dell’Algeria, vivere non è affatto incarnare valori, inserirsi nello svolgimento coerente d’un mondo. Vivere è non morire. Esistere è mantenere la vita. Ogni dattero è una vittoria. Non un risultato della fatica, ma una vittoria sentita come trionfo della vita. Perciò rubare i datteri, lasciare che il proprio montone mangi l’erba del vicino, non sono negazione della proprietà altrui, tragressione d’una legge o irriverenza. Sono tentativi di omicidio”

I dannati della Terra

A nulla valse la partecipazione di migliaia di algerini nella guerra che la Francia di De Gaulle stava combattendo contro la Germania nazista: i pieds noirs e una gran parte della Francia non volevano cedere il minimo privilegio. Ma ovunque in Africa la decolonizzazione era ormai un fatto nella mente dei colonizzati. Cosi’, agli inizi degli anni 50, in Algeria i vari movimenti di resistenza confluiscono nel Fronte di Liberazione Nazionale, che darà inizio formale, nel 1954, a una delle guerre di liberazione più cruente che si siano mai viste. Persino i militanti più moderati capirono che l’unica opzione possibile era quella armata. Non c’era da stupirsene: nato e vissuto nella violenza e nella sopraffazione, il colonizzato sa che l’unica via è l’eliminazione del colono. I tempi delle richieste e delle possibili soluzioni diplomatiche erano finiti; con l’inizio della guerra diminuirono, guarda caso, gli omicidi per futili motivi e i piccoli crimini. La guerra dura otto anni, e sarà senza quartiere. Il popolo algerino aveva sopportato troppo, troppo a lungo. Fanon abbracciò totalmente la causa del Fronte di Liberazione Nazionale, mettendo a disposizione la sua dolente esperienza di colonizzato, di psichiatra, di militante, scorgendo in quella lotta la disalienazione che nasce dalla presa di coscienza di sé in quanto uomini e donne che non hanno niente da perdere ma tutto da prendere.

E’ il colonizzato che si guarisce dalla nevrosi coloniale cacciando il colono con le armi. Quando la sua rabbia scoppia, egli ritrova la sua trasparenza perduta, si conosce nella misura stessa in cui si fa; da lontano noi consideriamo la sua guerra come il trionfo della barbarie; ma essa procede da se stessa all’emancipazione progressiva del combattente, fuga in lui e fuori di lui, progressivamente, le tenebre coloniali”

Jean-Paul Sartre, Prefazione ai Dannati della Terra

Fanon morirà nel 1961, a trentasei anni, poco prima la conquista dell’indipendenza algerina. Nella conclusione invita all’abbandono dell’Europa, della sua tecnica, delle sue scienze che hanno prodotto una ricchezza fondata sull’annientamento dell’uomo, non solo colonizzato. Anche il colono, esercitando la sua violenza, rinuncia a se stesso; lo aveva ben capito Sartre, con i suoi appelli a estirpare il colono che è in noi. Fanon non parlava agli europei: profetizzava anzi, per l’Europa, un fosco avvenire. Ma il suo pensiero, che sta alla radice, è fecondo e iniziatore per tutti, perché situato nel punto in cui la psiche e la società si compenetrano a vicenda.

Bibliografia

Franzt Fanon, Pelle nera, maschere bianche, ETS, Pisa 2015

Frantz Fanon, I dannati della Terra, Einaudi, Torino 2007

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