LA GEOGRAFIA, ALTROVE

“Scoperte scientifiche ed esplorazioni, rilevamenti cartografici, prese di possesso simboliche e fattuali (quand’anche non ancora effettive), nonché migliaia di trattati, spesso formulati nel modo più oscuro, che i privati e le compagnie coloniali concludevano con i capi delle tribù indigene. Il disordine veniva poi mascherato con accordi interstatali tra i governi interessati alla conquista africana. I trattati interstatali erano volti al riconoscimento reciproco del diritto alla conquista, in particolare alla demarcazione delle zone d’occupazione dei partner europei in quanto stati direttamente interessati a determinare le proprie sfere geografiche d’interesse e d’influenza”

Carl Schmitt, Il nomos della terra

È un dato di fatto, a proposito degli stati africani odierni, che i loro confini sono il risultato dell’accordo delle potenze europee durante lo scramble for Africa alla fine del XIX secolo. Questi stati ereditano infatti i confini risultanti da quella spartizione coloniale. Oltre a ciò è luogo comune aggiungere che i confini avrebbero diviso popoli prima uniti, e allo stesso tempo messo assieme raggruppamenti di cultura diversa.

Un luogo comune, appunto. Come se questi confini interni all’Africa fossero stati semplicemente spostati, rimescolati; come se si fosse sovrapposta una griglia confinaria su un’altra. Un luogo comune che cela la profondità e la complessità dei problemi che il colonialismo europeo pose a livello territoriale sugli spazi africani di cui si è appropriato. Un luogo comune che nasconde nodi problematici che investono il modo di occupare la terra, di servirsene, di rappresentarla, di pensarla. Esattamente come lo strumento principe della geografia occidentale moderna – la carta geografica – appiattisce quello che rappresenta: ci restituisce uno spazio piatto, omettendone la profondità, il contenuto, la vita che su di esso si svolge.

I problemi sorti dall’occupazione coloniale derivano, in ultima analisi, dall’applicazione dell’ordinamento territoriale europeo moderno in luoghi che concepivano – e concepiscono ancora – il rapporto con lo spazio e la terra in modo radicalmente diverso. Quest’ordinamento è quello che Carl Schmitt descrive nel Il nomos della terra, scritto nel 1950. E’ quello derivato da secoli di storia europea che ha portato all’affermazione dello Stato moderno e che conseguentemente verrà applicato ovunque si affermò il dominio europeo. In Africa si tentò di imporlo, riuscendovi solo in parte, e in ogni caso dando avvio a una serie di problemi di ordine politico, sociale, economico.

E’ certamente vero che l’Africa fu depauperata delle sue risorse, del lavoro suoi uomini e delle sue donne. Ma non è stato solo il trasferimento di valore economico la causa della catastrofe coloniale, o meglio, ne è solo l’aspetto più esterno.

Ogni gruppo umano struttura il proprio rapporto con lo spazio in cui vive in modi che gli sono propri. A partire da un dato ambiente si sviluppano dei modi di accessi alla terra e alle sue risorse. Da questo fatto primigenio, derivano le gerarchie sociali, i rapporti tra i membri di un gruppo all’interno e all’esterno di esso, le simbologie. E’ l’insieme di tutto ciò che “ordina” una società, che cerca di prevenire i conflitti, che permette al gruppo sociale di vivere e riprodursi. E questo ordinamento, nella maggior parte dei casi, scaturisce dalla società stessa, dai suoi membri, che vi aderiscono e ne rispettano le regole, quantomeno in via generale. Nel colonialismo, l’ordinamento spaziale è stato calato dall’alto, senza che vi fosse adesione spontanea ad esso, imposto con la forza e la coercizione, a vantaggio di chi quello spazio non ci viveva, se non in spazi protetti e separati.

Gli ordinamenti della territorialità, l’insieme delle modalità con cui gli uomini e le società si rapportano al proprio territorio, possono essere molteplici. Sovrapporsi, scontrarsi, armonizzarsi. E’ il caso dell’Africa precoloniale, ma anche dell’Europa premoderna. Si provi a immaginare, a questo punto, il momento in cui qualcuno venuto dall’esterno cerca di soppiantare questi ordinamenti e di sostituirli con i propri; di immaginare quale potenza distruttiva possa esercitare un simile proposito sui territori e le società che lo subiscono. C’è da stupirsi che, ad oggi, qualcosa di quei vecchi ordinamenti africani soppiantati continui a sopravvivere, tenace: questo denota più di ogni altra cosa la loro validità.

Questi modi della territorialità africana, che i geografi chiamano territorialià basica, il colonialismo tentò di sostituirli con l’ordinamento geografico e politico statale nato da secoli di storia europea.

Jus Publicum Europaeum

Conferenza di Berlino, 1884-1885

Uno stato con una forma precisa delineata su una carta geografica, all’interno del quale vivono i “suoi” cittadini. Ogni europeo, ogni alunno occidentale si è seduto sui banchi di scuola, in un’aula sulle cui pareti era affissa una carta geografica: del paese, dell’Europa, a volte dell’intero mondo. Le terre emerse sono divise in pezzi più o meno grandi, delineate dai confini. In questi pezzi l’unica fonte della sovranità, del diritto, della leggittimità del potere è lo Stato e all’interno di esso vi sono gli individui. Le organizzazioni e i raggruppamenti di persone all’interno dello stato hanno importanza secondaria: la legge si esercita sugli individui che possono o meno possedere terra e cose. E’ l’immagine potente e apparentemente perenne della modernità europea.

Lo Stato, con il suo potere e i suoi ordinamenti ha una gestazione di svariati secoli, alla fine della quale il suo dominio sul territorio e le cose che contiene è quasi illimitato, fatta eccezione, naturalmente, per la proprietà privata. La proprietà privata e lo Stato sono i due soggetti motori della modernità. La prima leggittima lo Stato ed è tutelata da esso, il quale a sua volta ne garantisce la persistenza, in un rapporto a volte simbiotico, a volte conflittuale. Sta di fatto che, alla fine del XIX secolo, in Europa, a dettare legge erano queste due entità di fatto. L’Europa che in quegli anni stava finendo di appropriarsi del resto del mondo.

E’ esattamente la scoperta e la definitiva delimitazione dell’intera superficie terrestre, secondo Carl Schmitt, ciò che contribuisce alla nascita del diritto internazionale europeo che soggiace all’appropriazione coloniale. Un’ordinamento giuridico non può funzionare senza che venga ancorato allo spazio. Se questo spazio è misurato, ordinato e finito, è aperto alla conquista e all’appropriazione di chi si è dotato di un’ordinamento statale.

Dal XVI secolo in poi, si assiste a questo processo su scala mondiale. Si aprono nuove possibilità di conquista in America, in Asia, in Africa: in tutti questi continenti le potenze europee occuperanno gradualmente tutto ciò che potranno dello spazio libero da altre potenze. Le altre potenze che si sono date degli ordinamenti statali, infatti, sono giuridicamente pari, o meglio: gli stati sono persone giuridiche. Gli abitanti degli spazi vuoti, non esistono. Le loro istituzioni non hanno valore o se lo hanno, di certo non in sede di diritto internazionale.

In Europa, dunque, nell’arco di quattro secoli, si costituiscono gli stati: Francia, Gran Bretagna, Germania, Spagna, Italia, Portogallo, tra gli altri. Tra alterne vicende storiche si definiranno i loro confini, uno dei dispositivi fondamentali per l’apparato burocratico statale. Il confine marca il dentro e il fuori. Dentro di esso vige l’assoluta autorità dello stato e delle sue leggi, dentro di esso il potere statale dispiega la sua autorità sul territorio e quelli che ci vivono. La soluzione statale mise fine ai conflitti civili e religiosi, uniformando il dentro e il fuori tra stati. Fuori il confine vi sono stati equivalenti, tra i quali la guerra non ha bisogno di giusta causa, perché sono pari nel diritto internazionale. Vi è a sua volta un terzo confine, quello tra lo spazio ordinato dallo Jus Publicum Europaeum, il diritto internazionale fin qui esposto per sommi capi, e lo spazio libero. Questa terza linea verrà chiamata dagli inglesi amity line, linea d’amicizia. Al di fuori di essa non vi è legge che tenga se non quella dell’occupazione effettiva: il che significò che negli spazi vuoti, in America meridionale e in Africa soprattutto, tutto era possibile. Ogni sopruso, ogni atrocità, ogni cosa per appropriarsi della terra, delimitarla, stabilirvi la propria sovranità, inventariare le risorse che conteneva e trarne valore.

Schmitt aveva ragione nel ritenere che la madre di ogni diritto è la terra e nessun ordinamento giuridico funzionebbe fuori l’ancoraggio a uno spazio. Ma in quanto espressione dello spirito europeo del tempo non vedette gli altri ordinamenti non europei, basati sullo spazio esattamente come gli altri, e non li considerò: mancavano di confini, burocrazie statali, individui proprietari. Il Nomos della terra è un libro di rara chiarezza, l’esercizio di bravura di un grande giurista, ma anche schietto e brutale:

L’unico principio su cui i partner di tali relazioni sono praticamente d’accordo è quello della libertà dei nuovi spazi, che incominciano oltre la linea. Libertà vuol dire che la linea definisce un campo in cui si afferma il libero e spietato uso della violenza. Certo, si da per scontato che solo principi e popoli cristiani europei hanno diritto a prendere parte alla conquista del nuovo mondo ed essere leggittimi contraenti nei trattati, ma la comune denominazione dei principi e delle nazioni non può nascondere l’assenza di un’istanza arbitrale comune, concretamente leggittimante, né di un principio di ripartizione diverso da quello costituito dal diritto del più forte e in fondo dell’occupazione effettiva”

Carl Schmitt, Il nomos della terra

La terra e il sacro

L’Africa Occidentale è un punto privilegiato per iniziare a osservare i tanti modi in cui si articola la territorialità africana. I confini degli stati che contiene sono attraversati da ogni parte da gruppi di persone appartenenti alle stesse famiglie linguistiche. Il grande gruppo Mande con i suoi sottogruppi, ad esempio, è presente dal Mali alla Guinea. La sua lingua, il bambara, è parlata in tutta la regione. Stessa cosa avviene con i Peul, popolo tradizionalmente nomade ma che con i secoli si è differenziato, con alcuni gruppi stanziali dediti a un misto di agricoltura e allevamento. Non esiste da nessuna parte in tutto il continente la formula un popolo, uno stato. Non c’era prima della formazione dei confini statali, non c’è ora, non ci sarà in futuro. Una persona può definirsi in base all’appartenenza a un’etnia, come si usa chiamarla in Occidente, o all’appartenenza religiosa. Al villaggio, dove possono convivere gruppi diversi. Dalle indipendenze in poi, a uno stato. Ma nessuna di queste cose definisce l’identità di questa persona. E soprattutto non la definisce dove si vive in un determinato momento.

Una prima radicale differenza tra i sistemi territoriali europei e quelli africani è la gestione della terra, sfociata poi nel luogo comune “in Africa non esiste proprietà della terra”. Anche questa è un’affermazione che cela una grande complessità. L’ambiente naturale, l’uomo e la relativa terra sono, nella mentalità africana, parti del progetto creatore divino. Il che significa che l’uomo, coltivandola e facendone la base della suo sviluppo, porta a compimento il progetto divino. Concretamente, un gruppo si stabilisce in un territorio, dove stabilisce un patto con le divinità che li’ hanno scelto di manifestarsi: è il gruppo e non i singoli individui a usufruire dei futuri raccolti. Il capo villaggio o capo della terra ne gestisce, rinegoziandola in continuazione, la distribuzione, anche se la terra appartiene prima di tutto ai discendenti dei primi occupanti che hanno stretto quel patto. Questo può essere a volta l’unico ordinamento territoriale, oppure può sussistere accanto a ordinamenti politici più generali come certe costruzioni politiche, le quali, in età preocoloniale, non toccarono la gestione della terra. Il patto con le divinità stretto dal fondatore del villaggio è infatti fonte di leggittimità giuridica. Il fondatore e il suo lignaggio, una volta morti, saranno gli antenati che a loro volta leggittimeranno l’occupazione dei loro discendenti di quelle terre. E’ il caso di notare che sono l’oralità e la consuetudine che garantiscono quest’ordine, e che quindi è continuamente in discussione: in caso di disaccordi, può accadere che un gruppo decida di andarsene, fondando un altro villaggio o aggregandosi a uno già esistente. Quello che conta è che la proprietà non è di un singolo. Esiste, ma è collettiva, e in qualunque caso transitoria. Sia che si decida di andarsene, che per effetto di conflitti la si perda, sia che la si tenga a maggese per anni.

In un simile quadro, la terra e le eventuali organizzazioni politiche non hanno confini delimitati. L’estensione dei campi e la loro suddivisione è scandita da elementi particolari ed è un sapere strettamente locale. La strutturazione dei villaggi simboleggia la gerarchia tra i suoi abitanti. I luoghi hanno diverse qualità, e in alcuni vi dimora il sacro, o meglio: il sacro ha li’ deciso di dimorare. Questi territori, vissuti e abitati, scemano gradualmente verso zone di confine vaghe, frontiere mobili, luoghi deserti o abbandonati dove, magari, un gruppo deciderà di stabilirsi o di pascolare il suo bestiame. E’ una geografia fatta di punti e non di tessere, di direzioni e non di confini, dove possono insistere più sistemi giuridici e dove, a partire dal Medioevo, si aggiungerà la concezione islamica dello spazio.

Anche l’Islam, nato tra i carovanieri arabi, non considera i confini netti, ma le direzioni e i punti, come la Mecca. La sua legge insiste sulle persone, i credenti, e non sui territori, e in effetti nell’Africa subsahariana convive tuttora con le altre religioni.

E’ abbastanza per affermare che l’Africa era ben lontana dall’essere quel vacuum politico e territoriale che si pretendeva fosse, ed è facile immaginare perchè il pervicace tentativo di imporre le griglie e le categorie geografiche europee a questo insieme di modi di abitare e organizzarsi sia stato dannoso e fallimentare. Non vi era nulla di più lontano dall’assolutismo giuridico moderno in cui l’unica fonte di diritto e leggittimità è lo stato: spazi fluidi, convivenza di più ordinamenti, negoziazioni continue.

Senza addentrarsi nel dettaglio delle varie fasi del colonialismo europeo in Africa, è importante tenere presente che le potenze coloniali procedettero all’occupazione territoriale dopo accordi formali e informali con gli altri stati europei con progetti simili, senza conoscere nel dettaglio ciò esisteva in quei territori. I grandi fiumi e altre demarcazioni generali aiutarono nella definizione dei confini, e se non c’erano si procedette a una riga dritta. A quel punto, con tutte le differenze che ci furono da caso a caso, si iniziava con la messa in valore delle terre e delle risorse. Il che voleva dire porre le condizioni per un’economia di mercato: se i francesi tentarono, molto spesso senza successo, di perimetrare le terre e concederle a privati (stato metropolitano, compagnie commerciali, individui), gli inglesi mantennero il diritto consuetudinario finché non interferiva con gli interessi della madrepatria. Spesso creando ex novo capi di villaggio o scorporando federazioni e organizzazioni preesistenti.

In qualunque caso, sia nelle colonie francesi che in quelle inglesi, i capi tradizionali cooptati dai colonialisti persero agli occhi della popolazione la leggittimità necessaria, esattamente come gli amministratori europei. I sistemi economico-sociali delle colonie provenivano dall’esterno, facevano gli interessi dell’esterno e non ebbero, se non in rari casi, nessuna adesione spontanea. La coercizione, il lavoro forzato, i soprusi e l’ingiustizia divennero la quotidianità di milioni di persone.

Gli stati indipendenti sorti dopo la decolonizzazione non cambiarono questi confini, e in generale non misero in discussione il libero mercato. E anche se alcuni paesi come la Guinea, la Tanzania, il Mali, il Ghana tra gli altri adottarono regimi economici ispirati al modello statalista sovietico, la ragione geografica e territoriale rimase la stessa. Poco cambiava se la messa in valore era indirizzata a ingrassare l’ex padrone coloniale o fosse alla base di costosi, inutili e fallimentari progetti statali. Seppur portati avanti da elitè locali, erano in ogni caso progetti, pratiche e razionalià esterne che non avrebbero mai avuto gli esiti che avevano avuto in Europa, perché spesso mancavano della partecipazione degli abitanti, erano lontane dalla loro mentalità sociale, spaziale.

Ad oggi si può affermare che lo stato africano, a suo modo, ha resistito. Ma ha resistito accanto alla gestione collettiva della terra, alla razionalità geografica islamica, al nomadismo, alla meravigliosa fluidità che caratterizza le società africane. E che, nonostante tutto, rimangono più ordinamenti territoriali, più fonti di diritto, più modi di uso della terra nello stesso spazio. E i confini statali sono i luoghi dove questo è più evidente.

Basta affacciarsi su una delle linee di confine: veicoli, barche, autobus, persone, cose, da un punto a un altro. Ciò che conta è la direzione, è l’orizzonte. E se c’è un popolo per il quale la direzione e lo spazio organizzato per linee è alla base dello stare al mondo, sono i Peul.

Nomadi, Peul, Fulani: vivere senza il confine

Distribuzione della lingua pulaar

I Fulani, Peul, Fulbe vivono in tutto il Sahel e in quasi ogni paese dell’Africa Occidentale. Le loro origini risalgono nel II millennio a.C. e provengono da est. In pulaar, la loro lingua, il loro punto d’origine è chiamato gada n’diam, la “grande acqua”. L’acqua, n’diam, è dispensata a discrezione insindacabile dalle stelle, kodè. L’acqua, le piogge, i fiumi, i torrenti, le pozzanghere persino, sono alla base della vita del Peul perché alla base della vita delle sue vacche. Acqua e pascoli verdi permettono alla mandria di vivere e al Peul di prosperare, ed è alla ricerca di queste cose che la sua vita nomade si svolge. I Peul, tradizionalmente, non possiedono terra ma si riservano diritti di pascolo. Il diritto del primo occupante vale se si tratta di spazi coltivati, umanizzati. Lo spazio selvaggio o abbandonato, come si diceva, non è di nessuno: chiunque può pascolarci il suo bestiame, da dovunque venga. Molti di loro con il tempo sono diventati anche coltivatori, ma resta il bestiame al centro del modo di vita e dei valori fulbe (pulaaku), e del rapporto con gli altri (pulagaal).

Una mappa mentale registra i punti di appoggio, le distese erbose, i villaggi amici. La stessa mappa mentale dovrà cambiare se le piogge si riducono, i rapporti con altri gruppi si deteriorano, se la natura devia il corso di un torrente. La vita è un cammino di piccoli e grandi transumanze e di decisioni da prendere di volta in volta. L’agricoltore è a volte ostile, in altre permette il pascolo in cambio di concime o altri beni.

I Fulani esemplificano alla perfezione la territorialità precoloniale africana. Una geografia basata su punti e direzioni, mai centrata e stanziale, la compresenza di più ordini giuridici: verso l’interno del mondo peul, e verso l’esterno. Non stupisce che siano stati i primi ad abbracciare l’Islam, e che, per salvaguardare l’accesso alle risorse dell’ampio spazio saheliano abbiano dato vita a formazioni statali fluide, come il regno del Macina, il califfato di Sokoto, fondato da Usman Dan Fodio, i regni del Futa Djalon e del Futa Toro (futa, in pulaar, casa).

E dopo anni di tratta schiavistica e crisi delle strutture tradizionali, la comparsa degli esploratori prima e degli eserciti europei dopo, furono i peul ad abbracciare il profetismo armato: si pensi alla lotta di al-Hadi Omar contro la Francia.

Oggi, la sempre crescente desertificazione del Sahel spinge i Peul con il loro bestiame sempre più a sud. Si alimentano cosi’ conflitti di ogni genere con i gruppi incontrati di volta in volta, crescono le difficoltà nel trovare spazi, si sono moltiplicati gli attori con cui bisogna rapportarsi. Non solo agricoltori ma anche amministrazioni statali, guardie forestali, gruppi armati. Le difficoltà crescenti spingono molti di loro ad abbracciare il jihadismo fondamentalista odierno, ma la crescente e superficiale equazione tra peul e terrorista non fa che aggravare ulteriormente la situazione. Spesso in paesi in cui l’allevamento e la pastorizia sono una voce importante dei bilanci commerciali.

E’ facile capire perché la ragione territoriale moderna europea, nel caso peul, non possa funzionare. Le multe statali per pascolo illegale, la crescente penuria di piogge e pascoli liberi disponibili rendono la vita sempre più difficile e l’adesione al jihadismo una via d’uscita. Una via d’uscita che però finisce spesso per far subire le rappresaglie a chi, tra di loro, terrorista non è.

In qualunque caso, nella loro storia millenaria, i Peul si sono anche sedentarizzati, e mescolati con altri gruppi in tutta la regione saheliana e nei paesi dell’Africa Occidentale. Una diffusione magmatica, legata dalla lingua pulaar e dai valori della pulaaku, che a sua volta convive accanto ad altri sistemi di valori, come ad esempio quelli derivanti dall’adesione a una tariqa islamica, che a sua volta contiene altre identità, membri di altri gruppi. E vi si aggiunge anche, ormai, un’identità nazionale: senegalese, ivoriana, maliana… Ma a questo punto, le pretese e le aspirazioni di universalità e compiutezza dello stato nazione e delle identità nazionali sono, per fortuna, fallite.

Bibliografia

Carl Schmitt, Il nomos della terra, Adelphi, Milano 1991

Andrea Pase, Linee sulla terra, Carocci, Milano 2018

Angelo Turco, Geografie politiche d’Africa, Milano 2015

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