Il SOGNO TRADITO, PATRICE LUMUMBA (1925-1961)

E’ una persona impossibile”

Dag Hammarskjöld, Segretario Generale Onu, su Patrice Lumumba

Patrice Lumumba è fonte inesauribile di malintesi e ambiguità. Simbolo di un generico e sempre più stanco panafricanismo, vittima sacrificale e simbolica dell’imperialismo occidentale, e più di recente, per certa storiografia, un incapace e impulsivo elefante in una cristalleria negli anni convulsi della decolonizzazione in Congo. La sua vicenda umana e politica, però, è stata molto più di questo: Lumumba era al cuore di problemi cruciali che interrogano il Congo ancora oggi. Il Congo e tanta parte del resto dell’Africa sono alle prese con dei nodi ineludibili: le risorse che attirano le ingerenze di chi vuole appropriarsene, e se ne appropria; il rapporto mai risolto tra stato nazionale e raggruppamenti sociali detti “etnici”; la leggittimità della sua classe politica. La storia di Lumumba li tocca tutti, dal centro. Il persistere del suo mito segnala la latenza di questioni irrisolte, di nervi ancora scoperti, di sogni e aspirazioni tradite.

Il Congo non esisteva prima che il re del Belgio Leopoldo II ne facesse una sua colonia personale, poi passata allo stato belga nel 1908. L’unico elemento unificante era il grande fiume Congo, che attraversa l’enorme territorio nel cuore dell’Africa. Centinaia di popoli, di lingue, di tradizioni: il Belgio amministrò questo gigantesco insieme attraverso i funzionari coloniali e i missionari cattolici. Erano proibiti gli spostamenti interni, eccetto le deportazioni forzate di manodopera nelle regioni minerarie del sud, il Katanga e il Kasai. L’istruzione superiore era proibita ai congolesi, che ricevevano un’alfabetizzazione di base nelle missioni, dove, in aggiunta, veniva loro insegnata una versione cristallizzata e distorta del proprio gruppo di appartenenza e di quello degli altri. I congolesi e le congolesi non si sarebbero mai autodefiniti come tali fino all’indipendenza. In verità, molti neanche dopo, come oggi. Più tardi, durante gli ultimi tempi di vita della colonizzazione, se si dimostrava sottomissione e di essersi “civilizzati”, ovvero di aver abbracciato in tutto lo stile di vita e la mentalità europea, si poteva ottenere una “carta d’immatricolazione” che apriva all’istruzione superiore e a una certa posizione sociale.

Come nelle altre colonie, il punto di svolta ci fu dopo la Seconda Guerra Mondiale. La partecipazione dei soldati e dei lavoratori africani allo sforzo bellico diede un’ulteriore impulso all’aspirazione di liberarsi dei colonizzatori, all’epoca idea che circolava nel ristretto circolo degli évolués, ossia i pochi africani che avevano potuto accedere all’istruzione superiore, un’istruzione di matrice, ovviamente, eurocentrica. In Congo ce n’erano pochissimi: animavano le associazioni e i circoli, a base etnica, nelle grandi città: Leopoldville (Kinshasa), Stanleyville (Kisangani), Elisabethville (Lumumbashi). Un paese enorme, dalle enormi risorse (uranio, cobalto, rame, oro, diamanti industriali, legno pregiato, colture rare, potenza idroelettrica, risorse forestali), una popolazione umiliata e sfruttata per decenni, che voleva libertà e rispetto. La madrepatria, il Belgio, che mai avrebbe mollato la colonia che gli aveva permesso di prosperare e sopravvivere. Multinazionali minerarie a partecipazioni statunitensi, francesi, sudafricane. Del resto fu l’uranio del Katanga che permise agli USA la costruzione delle atomiche lanciate sul Giappone, che perpetrarono l’ennesimo crimine di guerra. Una guerra fredda agli inizi, in un paese strategico per troppi motivi perchè potesse essere lasciato a se stesso. Questo lo sfondo alla vicenda di Patrice Lumumba.

Fonte: Wimedia Commons

1955

Il re del Belgio Baldovino visita il Congo in pompa magna. Le associazioni e i movimenti degli évolués, ormai, sono sempre più connotati in senso politico. L’ABAKO (Alliance des Bas Kongo) ha alla sua testa Joseph Kasavubu. Fautore dell’indipendenza in tempi brevi, il suo obbiettivo è un Congo strutturato in senso federale: il suo partito, in effetti, ha come fondamento la protezione e gli interessi del suo gruppo, i kongo, che a Leopoldville come nel resto della sua regione, il Basso Congo, si sentono minacciati dagli altri gruppi li’ immigrati, primi tra tutti i baluba. Il pamphlet di un accademico belga, Jef Van Bilsen, che metteva sul tavolo l’ipotesi dell’indipendenza del Congo nell’arco di trent’anni, iniziava a circolare. Anche il riluttante Belgio sapeva che l’indipendenza politica andava in ogni caso concessa: si parlava, allora, di un processo graduale. I congolesi non erano “pronti”, andavano “accompagnati”: tradotto, gli interessi economici del Belgio e dei suoi partner andavano salvaguardati. Kasavubu, Lumumba e i loro compagni, però, sapevano leggere tra le righe. Le radio a transitor trasmettevano ciò che accadeva a Bandung, alla conferenza dei paesi non-allineati. I discorsi di Nehru, di Sukarno, di Nasser parlavano del futuro dei nuovi stati emersi dalle decolonizzazioni, e non era un futuro lontano. Patrice Lumumba legge, scrive, politicizza radicalmente la sua associazione di évolués. Parla a lungo con re Baldovino durante la sua visita. E’ ormai un politico di primo piano. Dorme due, tre ore a notte. Prima impiegato delle poste, poi direttore commerciale di una fabbrica di birra, è un’instancabile attivista, intelligente, carismatico. Frequenta Kasavubu e Joseph-Desiré Mobutu, mediocre e timido giornalista.

1957

Sempre nell’ottica di concedere qualcosa per non dover perdere tutto, l’8 dicembre sono indette elezioni municipali in cui, per la prima volta, possono venire eletti dei congolesi. A Leopoldville trionfa l’ABAKO, Kasavubu viene eletto. Al perdurare, anche in ambienti congolesi, dell’idea di emancipazione progressiva, l’ABAKO replica con la richiesta di indipendenza, subito e senza ulteriori indugi. L’effetto nella classe dirigente belga fu quello di una bomba.

1958

Si tiene a Bruxelles la mostra universale Expo58: vi partecipano esponenti di évolués da tutto il Congo. Fu là che in molti si conobbero. La colonia congolese era cosi’ frammentata che un’occasione simile fu una delle prime in cui gruppi di congolesi da regioni diverse si conobbero a vicenda. Le idee anticolonialiste e “nazionaliste” ricevono una nuova spinta di circolazione.

In ottobre, nasce il Mouvement National Congolais (MNC) di Patrice Lumumba. Non era l’ennesimo partito di respiro etnico o regionale, che spuntavano ovunque come funghi. Alla sua base c’era il nazionalismo radicale, incentrato su un’idea di uno stato unitario, il Congo, che ancora non esisteva. Verrebbe da dire, non esisterà mai. Un nazionalismo che non aveva i sottotesti sciovinisti e suprematisti come quelli europei, ma significava, prima di ogni altra cosa, anticolonialismo e autonomia politica ed economica. E nessuno, a parte gli ambienti ristretti delle elitè conservatrici congolesi, poteva dissentire su questi punti. La lotta anticoloniale aveva trovato il suo punto fermo.

A dicembre, Lumumba vola ad Accra, alla Conferenza panafricana dei popoli. Li’ incontrerà il marxista Kwame Nkrumah, fresco presidente del Ghana indipendente, che arricchirà il suo bagaglio politico con le idee sulla solidarietà panafricana. Incontra Julius Nyerere, presidente della Tanzania, il presidente guineano e marxista Sekou Touré, Frantz Fanon.

1959

Tumulti e disordini fanno perdere il sonno ai colonizzatori belgi. La Force Publique, l’esercito coloniale segregato con soldati congolesi e ufficiali belgi, fatica a mantenere l’ordine pubblico. Il 4 gennaio viene proibito un raduno dell’ABAKO e scoppiano gravi tumulti a Leopoldville. Kasavubu viene arrestato. Lumumba e Mobutu saranno testimoni dei disordini, su un motorino. Il 13 gennaio, re Baldovino tiene un discorso nel tentativo di calmare gli animi: l’indipendenza ci sarà, “senza funeste lentezze, ma senza precipitazione sconsiderata”.

In Katanga, emerge il CONAKAT, partito regionale a difesa degli interessi della popolazione lunda, che erano, a detta del suo leader Moise Tshombe, i “veri katanghesi”, contrapposti soprattutto ai baluba, li’ immigrati per lavorare nelle miniere. Un partito tra i tanti, ma che sarà centrale nelle successive tragiche vicende del Congo indipendente. Il CONAKAT non voleva tagliare del tutto i contatti con il Belgio, e propendeva per un Congo decentrato, strutturato su base federalista.

Nel vicino Kasai, Lumumba propone come prima data per l’indipendenza il 1 gennaio 1961. Viene accusato di aver rubato dei fondi e arrestato.

1960

E’ l’anno dell’Africa. In Congo succede di tutto, e anche di più. Il 20 gennaio si tiene a Bruxelles la Tavola rotonda per discutere dell’indipendenza: ci sono tutti, Lumumba appena scarcerato, Kasavubu, Tshombe, Mobutu. Otterranno che le risoluzioni li’ prese sarebbero diventate proposte di legge. Si discute della data, e si trova un accordo per il 30 giugno 1960. Il Belgio, sotto pressione della comunità internazionale, deve cedere.

In aprile, ci sarà una seconda tavola rotonda, stavolta per discutere degli aspetti economici dell’indipendenza, ma dal Congo vennero mandati solo elementi di secondo piano, tra cui uno spaesato Mobutu. Fu un gravissimo errore del movimento anticolonialista congolese: le aziende belghe pretesero di spostare le loro sedi sociali in Belgio, sottraendosi’ cosi’ al futuro fisco dello stato appena nato. Le partecipazioni statali delle società di estrazione mineraria furono rivendute. Il potere economico restava nelle mani dei colonizzatori, cosi’ come, all’epoca, gli alti gradi dell’esercito.

A maggio vi sono le prime elezioni per eleggere il futuro governo. Il MNC di Lumumba ottiene una buona maggioranza, ma deve contrattare con l’ABAKO per formare il governo. Prenderà la carica di Primo Ministro, e quella di Presidente della Repubblica va a Kasavubu.

Arriva il 30 giugno, e la cerimonia per l’indipendenza del paese. Il primo a parlare è re Baldovino, che, con tono paternalista, ricorda ai congolesi di dimostrarsi di essere all’altezza della “fiducia” accordatagli, e di non avere paura di chiedere aiuto e consiglio. Il discorso di Kasavubu fu moderato e conciliante. In quell’anno, Kasavubu si era allontanato molto dalle idee lumumbiste, e si faceva sempre più moderato. Non fu affatto pacato il discorso di Lumumba, che ignorerà di rivolgersi al re, ma parlò ai suoi concittadini:

Congolesi e congolesi, combattenti per l’indipendenza oggi vittoriosi, vi saluto a nome del governo congolese[….] Perché sé è vero che oggi proclamiamo la nostra indipendenza, d’intesa con il Belgio, paese amico con cui trattiamo da pari a pari, è altrettanto vero che nessun congolese degno di questo nome potrà mai dimenticare, però, che è una lotta che è stata vinta, una lotta quotidiana, una lotta ardente e idealistica, una lotta in cui non abbiamo risparmiato né le nostre forze, né le nostre privazioni, né le nostre sofferenze, né il nostro sangue […]Abbiamo sperimentato il duro lavoro in cambio di salari che non ci hanno permesso di mangiare, di vestirci o di alloggiare decentemente, o di crescere i nostri figli come avremmo voluto. Abbiamo conosciuto le ironie, gli insulti, i colpi che dovevamo subire mattina, mezzogiorno e sera, perché eravamo negri. Chi dimenticherà che a un negro veniva dato del “tu”, non come amico, ma perché l’onorevole “voi” era riservato solo ai bianchi! Abbiamo visto saccheggiare le nostre terre nel nome di testi apparentemente legali, che riconoscevano solo il diritto del più forte. Sapevamo che la legge non era mai la stessa, a seconda che fosse un bianco o un nero, accomodante per i primi, crudele e inumana per gli altri. Abbiamo conosciuto atroci sofferenze per le opinioni politiche o le credenze religiose: esiliati nella nostra stessa patria, il nostro destino era davvero peggiore della morte stessa. Abbiamo saputo che nelle città c’erano case magnifiche per i bianchi e le capanne in rovina per i neri; che un negro non era ammesso nei cinema, nei ristoranti o nei negozi “europei”; che un negro viaggiava sulle stive dei battelli fluviali, ai piedi delle lussuose cabine dei bianchi. Chi dimenticherà, infine, le sparatorie in cui sono morti tanti nostri fratelli, o le segrete dove furono brutalmente lanciati quelli che non volevano più sottomettersi al regime di una giustizia di oppressione e sfruttamento![…]”

Discorso “inopportuno”, incendiario, che non andava fatto. Un errore politico, come molti hanno sostenuto. Come se, dopo la violenza, la segregazione, il razzismo e la prepotenza, si sarebbe anche dovuto dire “grazie”. Re Baldovino era di pessimo umore, e voleva ripartire subito per il Belgio. Gli errori di Lumumba furono altri, primo tra tutti quello di trascurare gli aspetti economici della transizione del Congo da colonia a stato indipendente. Di certo, comunque, si alienò gli altri partiti e iniziò ad isolarsi, anche se la sua popolarità non era mai stata cosi’ grande.

La mattina del 4 luglio i soldati della Force Publique, che si sentirono dire dall’ufficiale belga Jannsens che “dopo l’indipendenza, è come come prima l’indipendenza” dopo aver chiesto condizioni migliori, si ammutinarono. Lumumba procedette all’africanizzazione dell’esercito, commettendo un altro errore: fece capo dello stato maggiore Mobutu, che allora era già in contatto con la CIA. Nel mentre, i belgi che vivevano in Congo temevano le violenze nei loro confronti e in molti scapparono in patria. Il 9 luglio, in Katanga, vi furono nove morti belgi.

Il Belgio prese una disgraziata decisione, e inviò le sue truppe per “proteggere i suoi cittadini”, senza che fosse stato concordato con il governo congolese. Con l’esercito belga a fargli da scudo, l’11 luglio Moise Thsombe e il suo CONAKAT dichiarano la secessione del Katanga. Da quel momento in poi gli occhi del mondo furono puntati sul Congo.

Lumumba e Kasavubu chiedono l’immediato intervento dell’ONU per cacciare i belgi dal Katanga e mettere fine alla secessione. Gli USA, allora come altre volte in futuro, confidarono nella missione ONU per non intromettersi direttamente, salvaguardare i propri interessi in Katanga, non irritare il Belgio, ma neanche sostenerlo apertamente. Non erano tempi i cui si potessero avallare atteggiamenti apertamente coloniali. La risoluzione ONU nr.143 si tenne nel vago: salvaguardare la sicurezza, ma nessun cenno alle responsabilità belghe nella secessione. E mentre si affidava alla missione, gli USA, con la mano sinistra, avvicinavano con la CIA Mobutu e Kasavubu. Quest’ultimo e Lumumba si allontanavano sempre di più.

Il 14 luglio Lumumba invia un telegramma chiedendo il sostegno dell’URSS per poter riannettere il Katanga. Altro punto di svolta: fu allora che iniziò l’isteria generale. In ambienti americani si cominciò a valutare di estromettere Lumumba, in Belgio iniziarono a dipingerlo come infido comunista, anche se nulla era più lontano dalla realtà. Mai, nella sua carriera politica, aveva mai fatto cenno a idee comuniste, né in politica e men che meno in economia. Oltretutto l’URSS di Krusciov si limitò a dichiarazioni di solidarietà e all’invio di qualche aereo militare: sapeva bene che quella regione era di competenza americana. Restava il fatto che le preziose risorse katanghesi non potevano finire nelle mani del governo congolese. Lo spettro di inesistenti influenze comuniste in Africa centrale bastò a giustificare quello che avvenne dopo.

Ciò che avvenne in Katanga fu un presagio dell’inutilità delle missioni ONU che da allora in poi vennero mandate in Africa. Il segretario generale dell’ONU Dag Hammarskjöld inviò i contingenti il 15 luglio.

Lumumba giocò un’ultima carta per riavvicinarsi agli USA alla fine di luglio, e volò a New York senza ottenere niente. Gli americani negarono aiuto bilaterale, continuando a farsi scudo dietro la missione delle Nazioni Unite. Il Belgio non si ritirava dal Katanga, Kasavubu era consigliato da chiunque a lasciare solo Lumumba, e l’8 agosto Albert Kalonji, un baluba staccatosi dall’MNC, proclamò la secessione del Kasai. Il baratro era vicino, il neonato governo congolese era nel panico e intervenne militarmente, in modo brutale. Adesso veniva a mancare anche il sostegno formale dell’ONU. Per Lumumba, non del tutto a torto, l’ONU stava facendo il gioco del Belgio, e si scambiava lettere di fuoco con Hammarskjöld. Nè la Francia, né la Gran Bretagna presero una posizione netta.

Il 5 settembre, Kasavubu depone Lumumba dalla carica di Primo Ministro. Lumumba depone Kasavubu da quella di Presidente della Repubbica, ma il Parlamento rinnova la fiducia a Lumumba.

Il 14 settembre la CIA gioca le sue carte, e il colonnello Mobutu fa il suo primo colpo di stato. Ebbe fine cosi’ il primo e ultimo governo leggittimo che il Congo aveva mai avuto. Negli USA, il Presidente Dwight Eisenhower inizia a mettere sul tavolo l’ipotesi di liquidare Lumumba una volta per tutte.

I lumumbisti rimasti si rifugiarono, con a capo Antoine Gizenga, a Stanleyville. Lumumba era barricato in casa sua, a Leopoldville, ma sapeva che l’ONU non lo avrebbe protetto ancora a lungo: decise di raggiungere Gizenga. Ma non gli sarebbe stato permesso di raggiungere i suoi sostenitori: il 1 dicembre Mobutu lo intercettò e i suoi militari lo imprigionarono vicino Leopoldville. Qualcuno gli infilò in bocca, accartocciato, il suo discorso del 30 giugno.

1961

Lumumba rimase li’ per mesi, e il 12 gennaio i militari congolesi si ammutinarono di nuovo. Il Belgio, gli USA, Mobutu erano preoccupati per eventuali ribellioni. Il prigioniero andava portato dove non aveva amici, né sostenitori, in Katanga, a Elisabethville. Ce lo portarono il 17 gennaio, dove venne preso in consegna da militari belgi e katanghesi. Tshombe era al cinema, a vedere un film, “Liberté”. Lumumba e i suoi compagni Mpolo e Okito vennero torturati per ore, e poi portati in un luogo isolato. Torturati, di nuovo, e liquidati a colpi di mitragliatrice. Prima di sciogliere i resti di Lumumba nell’acido, vennero tenuti come trofeo tre dita e due denti d’oro. L’assassinio venne tenuto nascosto per mesi, e quando si seppe ciò che era avvenuto, l’indignazione e le proteste si tennero a ogni capo del mondo. Il governo passò a Kasavubu.

Per molti congolesi, il corpo mai trovato di Lumumba alimentò il mito della sua immortalità. Nel suo nome sarebbero nate svariate ribellioni, come quella di Pierre Mulele e di Laurent-Desirè Kabila, nel 1964. Venne stroncata da Mobutu che fece l’ultimo, definitivo, colpo di stato nel 1965. Resterà al potere, purtroppo per i congolesi, fino al 1996, come bastione anticomunista in Africa centrale, sostenuto dagli USA.

Lumumba è ancora un simbolo, riattivato sempre, il rimpianto di una decolonizzazione mai veramente avvenuta, di un sogno tradito. I nazionalismi senza nazione e l’introduzione delle forme stato moderne in Africa hanno fallito gli antichi obbiettivi. In fondo, le lotte di liberazione anticoloniali sono state lotte per impadronirsi dello stato coloniale, amministrazioni nate dall’alto. I modi di autogestione, di sopravvivenza e di mutualismo delle masse africane sono sempre state ignorate dalla politica. L’etnia, considerata un passato da nascondere e cancellare è stata fatta uscire dalla porta, ma è rientrata dalla finestra. Lo dimostrano la storia delle infinite ribellioni congolesi, i cui fomentatori puntavano si al potere e al controllo delle risorse, ma usarono la carta etnica per mobilitare le masse, contemporaneamente all’idea di vendicare Lumumba. E’ il caso di Pierre Mulele e di Laurent-Desiré Kabila, che volevano una “seconda indipendenza”, e diedero inizio alla ribellione simba. I simba (leoni, in swahili), cosi’ vennero chiamati i ribelli, erano bambini e ragazzi rimasti senza nulla, senza futuro. Il richiamo a Lumumba si mischiava a vaghi richiami socialisti (Mulele fu addestrato in Cina), tanto che persino Ernesto Che Guevara fini’ per recarsi in Congo, ma ne parti’ deluso dell’ “tribalismo” dei guerriglieri e dello stesso Kabila. Il socialismo dei simba era solo presunto, come il comunismo di Lumumba. I miliziani, rifacendosi alle pratiche di resistenza tanzaniana agli inglesi, si chiamanorono “mayi-mayi” (acqua-acqua), l’acqua magica con cui si cospargevano che li avrebbe protetti dalle pallottole nemiche. E’ il caso di notare che questo dispositivo magico fu usato anche dai leader che portarono all’indipendenza di Haiti, nel 1804. La ribellione simba fu schiacciata dal regime mobutista con l’aiuto di paracadutisti belgi.

Dominique Bwalya, Qui se ressemble s’assemble, Murale ad Haiti

Molto più tardi, intorno al 1996, durante la ribellione partita dal Kivu e guidata da Laurent-Desiré Kabila, con lo scopo di rovesciare il regime di Mobutu, si riattiva il vecchio dispositivo ideologico: il “nazionalismo” lumumbista. Ma questo richiamo si accompagnava alla vendetta delle popolazioni “autoctone” contro le minoranze tutsi di origine rwandese, con le quali c’è un secolare conflitto per la terra e le risorse. Le milizie mayi-mayi si combinarono con le fuggitive milizie hutu Interahamwe, fresche di genocidio nel vicino Rwanda. Nel 1997 Kabila riusci’ a destituire Mobutu, ma nell’est del Congo la guerra non ebbe mai fine.

Ancora ai giorni nostri, in quell’incubo a cielo aperto che è il Kivu, le milizie “mayi-mayi”, in conflitto perenne per le risorse minerarie e la terra con altre di varia origine etnica, basano il loro dicorso politico su base “nazionalista”, nel contrapporsi alle milizie di origine “non autoctona”, spesso rwandese. Si richiamano spesso a Patrice Lumumba, un Lumumba “ancestralizzato”. Le sue ossa giacciono in un lago, le cui acque hanno un potere magico da usare in battaglia. Il suo corpo, mai ritrovato, è fonte di potere, una radice ritrovata, come il suo nome evocato in battaglia: “mayi a Lumumba”. Nell’appellarsi al nazionalismo, gli obbiettivi restano all’interno del gruppo etnico. Non è nemmeno necessario che il nemico sia rwandese: l’obbiettivo e il gruppo con cui scontrarsi cambiano facilmente, basta che siano “altri”. I cambi di fronte sono frequenti e molto difficili da ricostruire.

Tutti gli stati africani freschi di indipendenza soffocarono le rivendicazioni etniche, che altro non erano che richieste di agibilità politica, anche se portate avanti con riferimenti etnici. Lo dimostra il fatto che i riferimenti cambiano spesso, e volentieri. Gli stessi governanti al potere, del resto, condivisero il potere con la famiglia e il proprio gruppo, dietro la scusa che l’etnia era bandita dalla politica. Questo vale per Mobutu, che usò i spregiudicatamente i gruppi etnici mettendoli l’uno contro l’altro, degradandoli o favorendoli a seconda della convenienza del momento.

Il nodo rimane irrisolto e continua ad influenzare la politica africana in molte regioni: nasconderlo sotto il tappeto ha portato al deterioramento costante della sicurezza e della vita delle persone. E’ vero che per chi, come Lumumba, portò avanti la lotta di liberazione anticoloniale, lo stato nazionale era uno dei pochi strumenti a disposizione, se non l’unico. Le forme di organizzazione precendenti all’arrivo del dominio degli europei erano state spazzate via, come le comunità acefale e assembleari. Alcune monarchie sopravvissero, ma furono trasfigurate e persero di leggittimità perché usate dagli europei come forme di dominio indiretto. Alcuni capi tradizionali furono cooptati dal colonizzatori, altre figure, imposte dagli europei, furono fatti passare come capi “tradizionali”, ma era solo dispotismo senza leggittimità. I giovani évolués erano in cerca di strumenti politici, e lo stato nazionale era li’ pronto per essere usato. Pensavano, e Lumumba con loro, che sarebbe bastato impadronirsene. Ma non bastò, e lo dimostra la storia degli “stati falliti” africani post-indipendenza.

L’assassinio di Lumumba privò il Congo anche di questo, di un tentativo di costruire uno stato le cui immense ricchezze sarebbero state a beneficio dei suoi cittadini. I congolesi hanno conosciuto da allora solo la violenza e il dispotismo di Mobutu e i suoi successori. Lumumba è un simbolo generico per un panafricanismo fallito, che lo riesuma ma che fatica a ritrovare argomenti e a risanare le sue ferite. Ma perché la sua figura possa tornare efficace, tocca tornare ai problemi che lo hanno attanagliato: il ruolo dei raggruppamenti etnici, il problema dello stato nazionale in Africa, e la rapacità di vecchi e nuovi colonialisti. A latere, Patrice Lumumba è diventato un mito e una risorsa simbolica per i congolesi, che però, nella maggioranza dei casi, non hanno altro strumento di protagonismo politico e di rivendicazione che quello del gruppo di appartenenza. Accanto a ciò, la presenza dell’antenato protettore, Lumumba, che ci segnala la sete, mai soddisfatta, di indipendenza, libertà, di un futuro degno e felice.

Bibliografia e sitografia

Carlo Carbone, Burundi Congo Rwanda, Gangemi Editore, Roma 2000

Patrick Van Reybrouck, Congo, Feltrinelli, Milano 2014

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